martedì 29 gennaio 2013

Il Rituale.

Alzarsi quando il sole è ancora nascosto sotto l'orizzonte e le stelle regnano sulle montagne. La sveglia che squilla, il corpo avvolto dalle lenzuola. Muoversi verso il bagno senza accendere la luce per non svegliare gli altri e cercando di non spappolarsi il mignolino contro lo stipite della porta. Infilarsi calze, maglia termica, softshell e mettersi le lenti a contatto, che io sono mezzo cieco e con gli occhiali da vista sembro Harry Potter. Sempre cercando di non fare rumore, muoversi come i ninja dei film di Ang Lee verso la cucina. Cercare di mandare giù più calorie possibili senza dover rischiare di vomitare alla prima salita; contemporaneamente, prepararsi qualcosa da portarsi dietro e riempire la sacca idrica  di un intruglio gatorade misto ad acqua senza annaffiare il pavimento. Tornare nel corridoio, prendere lo zaino, gli sci e gli scarponi e aprire la porta. Scendere di sotto e, una volta in strada, respirare a pieni polmoni la prima boccata di aria fredda e silenziosa del mattino. Sorridere, sapendo che sarà una bella giornata.

Il rituale. L'ho già ripetuto innumerevoli volte, ma penso che potrei farlo in eterno.



 In marcia verso il Col de la Montagnolle 2741, Glacier du Monetier - Febbraio 2012

lunedì 28 gennaio 2013

Condivisione.

Portare i propri amici su pendii poco conosciuti, condividere con loro emozioni che siamo abituati a provare da soli, e magari scattare qualche foto mentre si scende nella polvere. So good.
Foto scattate con Canon 550d, obiettivi Canon ef-s 15-85 e Canon ef 70-200 f4
Potete vedere altri miei scatti sulla mia pagina Flickr cliccando qui.

Dario in fase di stacco






















Attimi di galleggiamento per Giorgio
Io in curva, grazie a Dario per lo scatto (potete seguirlo su http://www.flickr.com/photos/46734228@N02/)
Un momento di pausa

giovedì 17 gennaio 2013

Fermarsi.




Siamo sempre di fretta. Detto così, può sembrare un luogo comune come tanti, non fa più effetto, un po' come dire che non ci sono più le mezze stagioni o che i tempi sono cambiati. Ma è vero. Ogni tanto vale la pena fermarsi, respirare, guardarsi intorno. In montagna come in città. Mettere tutto in pausa, fermarci mentre tutto attorno a noi va avanti. 
Ogni tanto li vedi, quelli che in montagna salgono per ore a testa bassa - magari pure la musica nelle cuffiette - arrivano in cima, si cambiano la maglietta, si cacciano in gola una barretta energetica, un sorso d'acqua, e poi si fiondano giù. Se provi a chiedergli che ricordi hanno del loro giro, ti risponderanno "bho, bella salita..." e nulla di più. Forse sanno dirti quanti metri al minuto hanno fatto, o la frequenza cardiaca massima. Ecco, mi chiedo quale sia il senso di tutto ciò. Se stavi a casa a fare il criceto sul tapis-roulant sarebbe stata la stessa cosa. Il bello di andare per i monti è il piacere che si ricava da ciò che si vive, da quello che si vede, si sente, si fa, e per gustarselo appieno è necessario fermarsi. Isolarsi dall'azione vera e propria e concentrarsi sul contesto. Spesso, dei miei giri, ricordo i momenti di pausa piuttosto che una discesa o un passaggio tecnico su roccia. La quota raggiunta, o il tempo impiegato, sono secondari: il bello di un viaggio sta nel percorso fatto, non nella meta finale. 
In montagna è bello fermarsi, guardarsi intorno, ascoltare il silenzio. Il silenzio di quando uno è fermo, magari in una di quelle giornate di sole senza un filo di vento, in una luce che ci scalda il corpo e il cuore. Impressionante. In città un silenzio così uno se lo sogna. Forse sotto le coperte con il cuscino sulla testa non ci sono rumori, ma dopo qualche minuto così di solito una persona normale ci rimane secca per soffocamento. 
Fermarsi. Non parlare, non muoversi, non pensare neanche. E' così semplice, ma così difficile da fare veramente. Godersi l'attimo, breve ma intenso di una pausa è un po' come bere un caffè espresso al mattino. Una piccola sorsata che lascia in bocca un sapore piacevole, e fa venire voglia di prenderne un altro.




domenica 13 gennaio 2013

Sci ripido alla Guglia di Mezzodì - Canale Spaccacorna

Guglia del Mezzodì - Canale Spaccacorna (o delle Guide)
Partenza: Pian del Colle, 1400m (Bardonecchia)
Quota max: 2621 m
Difficoltà: 4.2/E2


Lo Spaccacorna. Un imbuto che si restringe fino a diventare una ferita aperta nelle pareti di calcare rosso del versante nord-est della Guglia del Mezzodì. Una colata di neve larga, nel punto centrale, non più di tre metri e con pendenze fino a 45°. Mentre ci incamminiamo, tiro fuori la Gopro per fare qualche video. E mi rendo conto di aver lasciato la memory card a casa. Pazienza, mi arrangerò facendo qualche foto con il cellulare. Dopo un paio d'ore di salita con le pelli arriviamo all'imbocco del canale. Il tempo di mangiare qualcosa,  vestirsi, fissare gli sci agli zaini, indossare casco e ramponi e si comincia a risalire il canale. La neve ha un primo strato soffice, nel quale si sprofonda ad ogni passo. Ogni poche decine di metri ci si dà il cambio,  senza chiederlo - lo si capisce da soli quand'è il proprio momento di passare davanti, a faticare per l'altro.  Silenzio totale, i soli rumori sono il respiro affannato e la neve che da sotto i nostri scarponi scivola giù con un fruscìo. Arriviamo nel punto più stretto, che, come vuole la legge di Murphy, è ovviamente anche il più ripido.

Mi viene in mente solo una parola. "Minchia". E ricomincio a salire. Guardo verso l'alto e sbuffo.Alcune persone sentono come la necessità di mettersi alla prova, di spostare ogni volta  un po' più in là i propri limiti - del genere, "ho fatto questo e quello, ora cosa riuscirò a fare?" - e penso, purtroppo, di essere una di quelle persone, appartenente alla categoria di chi vuole sempre fare di più, degli inquieti, di chi non può, non deve fermarsi, mai.
 Nei punti più ripidi bisogna usare anche le braccia per tirarsi su, la temperatura è abbondantemente sotto lo zero. Nonostante stia sudando riesco comunque ad avere le dita di piedi e mani congelate, probabilmente raspare nella neve non è la cosa più piacevole da fare al momento. Mi fermo un attimo per cercare di scaldare un po' le mani, ne approfitto per guardare in alto; manca poco, si inizia a vedere la cresta che grava sopra di noi. E ricomincio a salire. All'uscita del canale la neve, lavorata dal vento, è più compatta e si avanza senza sprofondare ad ogni passo. Dai, ancora un piccolo sforzo e ci siamo.
Dopo tre ore e mezza dalla partenza, 1200 metri più sotto, arriviamo in cima. E' fatta.


Anzi, no. Bisogna ancora scenderlo, lo Spaccacorna, possibilmente sciando. La sosta in cima è piacevole, finalmente dopo parecchie ore siamo scaldati dalla luce del Sole. Abbiamo una vista a 360°, si vede tutto: la conca di Bardonecchia e la Valle Stretta, più lontano il massiccio degli Ecrins e la valle di Briançon.
E' il momento di cominciare la discesa. Fa un certo effetto scendere in un imbuto che finisce in un canale largo poco più di un automobile. Adrenalina e batticuore.  La neve è morbida, tiene bene e invoglia a puntare gli sci verso il basso. Una, due, tre, alla quarta curva le punte  si toccano e rischio di ribaltarmi. Ecco, la differenza tra sci ripido e freeride è che nel primo non si può cadere. Nelle discese che definiamo "freeride" si può anche osare, magari prendere velocità e tentare qualche salto, male che vada abbiamo un morbido cuscino polveroso a parare la caduta. Nello sci ripido no. Sostanzialmente, nello sci ripido si sale da un punto A ad un punto B lungo un pendio che dev'essere il più ripido e stretto possibile. Da qui si calzano gli sci e si cerca di utilizzarli per tornare scendendo al punto A, possibilmente integri. Perchè se cadi ci pensano le rocce, a fermarti.


La discesa del canale dura circa una ventina di minuti, trascorsi con uno strano cocktail di adrenalina, divertimento, e un po' di tensione, quella che ti fa rimanere concentrato e ti pone dei limiti. Quando il canale si apre gettandosi in un largo pendio boscoso si può finalmente tirare un sospiro e, perchè no, esultare e darsi il cinque. E' fatta.

Ci sono quelle discese che incantano, quelle che si potrebbero definire esteticamente perfette, come se una mano titanica le avesse scolpite nella roccia apposte per essere sciate. Discese che seguono linee logiche verso il basso, attraverso muri di granito millenari. Discese che ti fanno pensare "Cazzo, quella vorrei proprio farla".
Penso che lo Spaccacorna sia una di quelle discese.  

martedì 8 gennaio 2013

Bardonecchia by night

Era da un po' di tempo che volevo scattare di notte dalle montagne sopra Bardonecchia. Un pomeriggio, all'inizio di novembre, ho sentito il mio compagno di merende Niccolò e ci siamo organizzati per salire la sera  stessa nella Valle della Rho e cogliere l'occasione per fare un po' di foto, e magari passare un venerdì sera diverso dal solito. Verso le 9, dopo un paio d'ore di camminata al chiaro di luna su una strada che cominciava a mostrare i segni dell'inverno in arrivo, arriviamo a Pian dei Morti, 2300m. Qualche decina di cm di neve, il silenzio totale e la sola Luna a guardarci. Nico comincia a smanettare sul fornelletto a gas per preparare un riso liofilizzato che sa di libertà, io monto la reflex sul treppiedi, avido di catturare il panorama che ci si para davanti agli occhi. Qualche scatto, ma la Luna è ancora troppo bassa sull'orizzonte. Mangiamo, ed è tempo di rimettersi all'opera. Eccolo, lì sotto, il paese dei De Bardonnèche, un angolo di paradiso alla fine della Val di Susa. La pallida luce lunare è velata dalle nuvole, si inquadra, si mette a fuoco, qualche calcolo per la giusta esposizione e si preme il telecomando. Due minuti di esposizione, un'infinità di secondi nell'ansia di voler vedere il risultato. E' fatta. Sono già le 11 passate: tempo di rimettersi in cammino per tornare giù, nella mente il ricordo di una serata fatta di libertà e emozioni e nella reflex il file della foto che volevo scattare.


Canon 550d e obiettivo Canon EF-S 15-85mm | 125s a f/8 e 100 iso
Le mie foto su flickr: http://www.flickr.com/photos/federicoravassard/

lunedì 7 gennaio 2013

Freeride. Una questione di stile.

Qualche tempo fa avevo letto un articolo sulla Stampa (ripeto, La Stampa, non il giornale della parrocchia) in cui chi scriveva cercava di spiegare cosa fosse il freeride e di come fosse una nuova tendenza nel mondo degli sport invernali. Lode al giornalista, per essere riuscito a comprimere in quattro colonne una quantità notevole di luoghi comuni e nozioni sbagliate. La figura del "freerider" che ne emergeva era quella di un ragazzo che si sveglia verso mezzogiorno in pieno doposbornia, infila la sua tuta da sci, ovviamente taglia XXL, ci abbina maschera (che dev'essere chiaramente specchiata e, possibilmente, marchiata Oakley) e cappello (quest'ultimo dev'essere di colori degni dei trip di acidi del Grande Lebowski) e si avvia ad una giornata di cliff e distacchi vari di valanghe. Ok, Max Cassani (il redattore dell'articolo), questa è la tua visione di freeride, che ti è data bivaccando al bar sulle piste con polenta e salsiccia e, magari, birra e sigaretta.
Il freeride, secondo me, è qualcosa di più vasto. Dai Max, lo dice la parola stessa! FREE - ride, essere liberi di fare quello che si vuole, vestiti come si vuole, con quello che si vuole. Ne ho avuta la dimostrazione più chiara pochi giorni fa, durante una gita scialpinistica in quel di Bardonecchia. Inizio della discesa, faccio strada io. Pantaloni verdi fluo, maschera a specchio, sci twin-tip larghi 100mm al centro: cavolo, dalla tua descrizione sembrerei proprio un vero freerider! Parto, mi divoro il pendio facilmente e velocemente, sollevando onde di neve ad ogni curva. Poi parte l'altro Federico. Potrebbe essere mio padre, ai piedi ha degli scarponi da gara in carbonio e sci da 64mm al centro; il tutto messo insieme arriverà a due chili scarsi. Scende leggero, a curvette timide ma allo stesso tempo decise. Anche lui, a modo suo, è un freerider.
 Lo stile, il pensiero che sta dietro a un'azione, è questo quello che conta. Farlo non perchè "fa figo", ma farlo perchè ci fa sentire liberi, liberi di interpretare la montagna a modo proprio: questo è il freeride.








(Fede Acquarone giù dalla Punta Melmise, Bardonecchia)

L'articolo di Max Cassani sulla Stampa:
http://www.lastampa.it/2012/12/11/societa/montagna/essere-free-non-una-moda-ma-uno-stile-di-vita-fuoripista-JZuzPNiDgJNveGGo2JczjI/pagina.html

Si comincia.

Perchè un blog? Non so, probabilmente dovevo occupare un po' di tempo libero, o forse, mi ero semplicemente gasato leggendo quelli di Bordoni e Previtali. Lo scopo che voglio raggiungere non è allestire una vetrina per le mie attività, ma avere uno strumento col quale far provare ai lettori le stesse emozioni che provo io quando sono in montagna. Perchè alla fine, quello che uno cerca andando in montagna, che sia Pierre Tardivel o il ciaspolatore della domenica, sono emozioni eteree, quella fame di libertà che solo l'aria sottile sa dare. A essa si accompagnano, di volta in volta, momenti unici.

Possono essere momenti di adrenalina e tensione ma che, una volta a casa col il sedere al caldo, uno ricorda con un sorriso... (nella foto: un passaggio di misto in un tour scialpinistico nel ghiacciaio del Monetier, in Francia)















O momenti di sofferenza, in cui tra fame e freddo ci si chiede davvero perchè non si siano scelte le vacanze al mare... (autoscatto dopo una notte passata a più di 2000 metri senza tenda e sacchi a pelo, io sono quello in giacca blu)





Ma poi ci sono quei momenti unici, magari condivisi con qualcuno di caro, che rimangono impressi indelebilmente nei propri ricordi. Rimanere sospesi tra la nebbia e le nuvole, o mangiare un risotto coi gamberetti liofilizzato con una temperatura di molto sotto lo zero, essere fuori dalla normalità e dalla monotonia della vita in città.



Si comincia. Magari non vincerò il Pulitzer, ma spero di emozionare e, magari, far salire la voglia di scappare dalla nebbia padana e andare là dove le strade salgono verso l'alto, verso la felicità.